
Mappa allegata all’accordo Sykes-Picot del 1916, con zone di influenza britannica, francese e internazionale in territori ottomani. Immagine di pubblico dominio, proveniente da The National Archives.
L’accordo Sykes-Picot fu un’intesa segreta conclusa nel 1916 tra Regno Unito e Francia, con l’assenso russo, per organizzare sfere di controllo e di influenza nel caso in cui gli Alleati avessero sconfitto l’Impero ottomano nella Prima guerra mondiale. Prende il nome dal negoziatore britannico Mark Sykes e dal diplomatico francese François Georges-Picot. La sua influenza storica deriva dalla logica diplomatica applicata alle province arabe ottomane. Quella logica trattava province sotto sovranità ottomana come spazi che le potenze europee potevano amministrare o controllare dopo la guerra.
Questa storia prende forma nelle province ottomane prima di arrivare a un tavolo negoziale alleato. Prima del 1914, il Medio Oriente ottomano comprendeva province, rotte commerciali, autorità religiose e comunità che le categorie nazionali descrivevano male. Istanbul governava attraverso amministrazioni provinciali e alleanze locali sotto pressioni militari, fiscali e diplomatiche crescenti. Quando entrò in guerra al fianco della Germania e dell’Austria-Ungheria, il Regno Unito pensò la regione attraverso la difesa dell’Egitto, della rotta verso l’India e del Golfo. La Francia proteggeva vecchie ambizioni nel Levante. Questa combinazione spiega in che modo una trattativa segreta tra alleati poteva incidere su società assenti dal tavolo.
Sintesi
- L’accordo del 1916 divideva aree ottomane in zone di influenza britannica e francese, con una zona internazionale prevista per la Palestina.
- La trattativa entrò in conflitto con altre promesse di guerra, in particolare con le aspettative arabe alimentate dalla corrispondenza Hussein-McMahon e con il successivo sostegno britannico a un «focolare nazionale» ebraico in Palestina.
- Dopo la guerra, gli accordi di pace e la Società delle Nazioni trasformarono il controllo imperiale in mandati presentati come tutela temporanea sotto amministrazione francese e britannica.
- Iraq, Siria, Libano, Transgiordania e Palestina nacquero o furono riorganizzati in questo contesto di sconfitta ottomana, occupazione alleata, rivolte locali e decisioni internazionali.
- L’accordo divenne un simbolo di ingerenza coloniale mettendo in luce la distanza tra autodeterminazione proclamata, interessi strategici europei e partecipazione limitata delle popolazioni locali.
Il Medio Oriente ottomano prima della guerra
All’inizio del Novecento, il «Medio Oriente» indicava uno spazio ottomano anteriore agli Stati nazionali attuali. L’autorità imperiale copriva aree siriane, mesopotamiche, palestinesi e arabiche con diversi gradi di autonomia pratica. In molte città, famiglie di notabili e giuristi religiosi mediavano il rapporto tra la popolazione e lo Stato imperiale. Nelle zone rurali e desertiche, capi tribali negoziavano tasse e sicurezza con i funzionari imperiali.
Quest’ordine stava già cambiando prima della Prima guerra mondiale. Le riforme ottomane cercavano di rendere più regolari amministrazione, possesso della terra, reclutamento e riscossione. Allo stesso tempo, le potenze europee ampliavano la loro presenza attraverso credito, ferrovie, scuole e protezione consolare. Il Regno Unito occupava l’Egitto dal 1882 e lo trasformò in protettorato durante la guerra. La Francia coltivava influenza nel Levante, specialmente tra comunità cristiane e reti culturali francofone. La Germania investiva nella ferrovia Berlino-Baghdad. Il collasso ottomano accelerò dunque ambizioni imperiali già presenti nella regione.
La trattativa segreta del 1916
Quando Sykes e Picot negoziarono l’accordo, i loro governi volevano prevenire una disputa tra alleati dopo la vittoria. La Francia cercava una posizione dominante sulla costa siriana e in Libano, con influenza nell’interno siriano. Il Regno Unito voleva proteggere la strada verso il Golfo Persico, la Mesopotamia e il canale di Suez, oltre a garantire aree utili ai propri interessi militari e commerciali. La Russia, alleata prima della Rivoluzione del 1917, accettò l’intesa in cambio del riconoscimento delle proprie ambizioni su Costantinopoli e sugli stretti.
La mappa dell’accordo usava colori e lettere per distinguere le zone. Un’area blu sarebbe rientrata nel controllo o nell’influenza francese diretta. Un’area rossa sarebbe rientrata nel controllo o nell’influenza britannica diretta. Le zone associate alle lettere A e B avrebbero potuto avere governi arabi sotto un orientamento economico e amministrativo conservato dalla Francia o dal Regno Unito. La Palestina fu prevista come area internazionale, dato che Gerusalemme, i luoghi santi e la rivalità tra potenze rendevano politicamente difficile attribuirla interamente a una sola di esse. La mappa poneva quindi una questione di autorità su comunità escluse dalla negoziazione.
L’accordo rimase segreto fino al 1917, dopo la pubblicazione bolscevica dei documenti diplomatici del vecchio governo russo. La rivelazione fu politicamente esplosiva: il linguaggio alleato sulla liberazione dei popoli conviveva con piani di spartizione imperiale. Da quel momento, Sykes-Picot divenne una prova del limite imposto dalla diplomazia alleata all’indipendenza attesa dagli arabi ribellatisi agli ottomani.
La Rivolta araba e le promesse concorrenti
Durante la guerra, il Regno Unito negoziò anche con Hussein ibn Ali, sceriffo della Mecca e capo hascemita, attraverso la corrispondenza Hussein-McMahon. Le lettere discutevano la possibilità dell’indipendenza araba in cambio di una rivolta contro gli ottomani e lasciavano ambiguità importanti sui limiti territoriali nel Levante. La Rivolta araba del 1916-1918, organizzata intorno alla rete hascemita di Hussein e sostenuta da ufficiali britannici, aiutò gli Alleati a fare pressione sull’Impero ottomano dalle sue province arabe.
Quelle promesse avevano destinatari e obiettivi diversi. Per i leader arabi, la cooperazione militare apriva la via a un regno o a un insieme di Stati indipendenti. Per Londra, la rivolta serviva da strumento di guerra legato a rotte, petrolio e posizioni militari. Per Parigi, la vittoria doveva preservare la presenza francese nel Levante. La lettura dello storico Eugene Rogan aiuta a situare questa tensione: la Rivolta araba apparteneva a una guerra imperiale più ampia, nella quale la sconfitta ottomana apriva opportunità agli attori arabi e dava alle potenze alleate i mezzi per limitarle. La promessa d’indipendenza esisteva dunque dentro una strategia alleata centrata sul controllo dei passaggi e delle risorse considerati vitali. Questa tensione spiega il carattere insieme liberatore e restrittivo delle promesse.
Nel 1917, la Dichiarazione Balfour aggiunse un altro livello al conflitto delle promesse. Il governo britannico annunciò il sostegno alla creazione di un «focolare nazionale per il popolo ebraico» in Palestina e promise di preservare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti. Per il movimento sionista, la dichiarazione rappresentò un riconoscimento diplomatico. Per molti arabi palestinesi, indicò che Londra trattava il futuro politico della Palestina come una questione da decidere con attori esterni, al margine della maggioranza araba locale. La Palestina divenne così il luogo in cui le ambiguità di Sykes-Picot, della corrispondenza con Hussein e della Dichiarazione Balfour si incrociarono più a lungo.
Da Parigi a Sanremo: il linguaggio dei mandati
La sconfitta ottomana sottopose la mappa del 1916 a occupazione, rivolte, trattati e negoziati imperiali. Tra il 1918 e il 1923, l’occupazione militare e la resistenza locale vennero prima, e trattati e conferenze diedero poi forma giuridica a decisioni prese sotto pressione. Alla Conferenza di pace di Parigi, il principio di autodeterminazione acquistò grande forza retorica grazie in larga misura ai Quattordici Punti di Woodrow Wilson. Le potenze vincitrici applicarono quel principio in modo diseguale. In Europa, esso contribuì a legittimare nuovi Stati o confini nazionali. In Medio Oriente, fu subordinato al sistema dei mandati della Società delle Nazioni. Questa distanza tra promessa e sistemazione giuridica permise agli amministratori militari di creare fatti politici prima che il linguaggio della tutela li rivestisse di legittimità internazionale.
L’articolo 22 del Patto della Società delle Nazioni descriveva il mandato come una «missione sacra di civiltà» e affermava che alcune comunità già ottomane potevano essere riconosciute provvisoriamente come indipendenti. Quel riconoscimento restava condizionato, poiché una potenza mandataria doveva guidarne l’amministrazione fino a quando fossero considerate capaci di governarsi da sole. Questo linguaggio trasformava il controllo in tutela e conservava una gerarchia chiara: le potenze vincitrici decidevano chi avrebbe amministrato, quando la tutela sarebbe terminata e quali desideri locali sarebbero stati presi in considerazione.
Alla Conferenza di Sanremo, nell’aprile 1920, gli Alleati attribuirono alla Francia il mandato settentrionale e al Regno Unito quelli principali su Mesopotamia e Palestina. La Transgiordania fu separata dalla Palestina sotto amministrazione britannica e governo hascemita. Il trattato di Sèvres, firmato nell’agosto 1920, tentò di imporre una spartizione più ampia all’Impero ottomano. La resistenza turca guidata da Mustafa Kemal Atatürk sconfisse gran parte di quel progetto, e il trattato di Losanna del 1923 riconobbe la Repubblica di Turchia. Per le province arabe, la logica dei mandati era già in funzione.
Le reazioni locali fecero parte di questa transizione fin dall’inizio. Petizioni siriane, palestinesi e mesopotamiche arrivarono ai responsabili alleati, e la Commissione King-Crane registrò una forte opposizione al dominio francese in Siria e agli assetti imposti dall’esterno in Palestina. Queste risposte contano: mostrano che il sistema dei mandati fu contestato prima che i nuovi confini diventassero fatti amministrativi ordinari. La rivolta irachena del 1920, la resistenza siriana all’ingresso francese e le obiezioni palestinesi alla politica britannica resero il nuovo ordine costoso da difendere.
Iraq, Siria, Libano, Transgiordania e Palestina
In Mesopotamia, i britannici unirono Bassora, Baghdad e Mosul nel nuovo Regno dell’Iraq. La decisione rispondeva a esigenze strategiche: legava uno sbocco sul Golfo, un centro amministrativo e l’area petrolifera settentrionale a una monarchia sostenuta da Londra. La rivolta irachena del 1920 mostrò che l’occupazione diretta era costosa e politicamente rischiosa. Per questo Londra installò Faisal, figlio di Hussein, come re nel 1921 e mantenne una forte influenza militare e diplomatica. L’indipendenza formale arrivò nel 1932, con trattati e basi britanniche che conservarono dipendenze importanti.
In Siria, Faisal tentò di stabilire un governo arabo a Damasco dopo la guerra. La Francia ricevette il mandato sulla regione e sconfisse le forze siriane a Maysalun nel 1920. Da allora frammentò il territorio in amministrazioni separate, compreso il Grande Libano. Questa frammentazione permetteva di amministrare comunità diverse e rafforzava la capacità francese di contenere un nazionalismo siriano unitario. Il Libano ricevette confini ampliati nel 1920, quando aree a popolazione musulmana furono incorporate al nucleo montano maronita, creando una società politica confessionale che divenne indipendente nel 1943.
In Transgiordania, il Regno Unito installò nel 1921 l’emiro Abdullah, un altro figlio di Hussein. Questa soluzione compensava in parte gli hascemiti per la perdita della Siria a favore della Francia e creava una zona cuscinetto a est del Giordano. La Transgiordania divenne indipendente nel 1946 come Regno hascemita di Giordania. In Palestina, l’amministrazione britannica assunse un compito particolarmente contraddittorio: attuare la Dichiarazione Balfour, governare una maggioranza araba palestinese e preservare l’ordine imperiale. L’immigrazione ebraica, l’acquisto di terre, il timore palestinese di uno spostamento politico e la repressione britannica alimentarono cicli di conflitto che culminarono nella Rivolta araba del 1936-1939. La fine del mandato nel 1948 mostrò quanto poco le promesse di guerra avessero risolto.
Il simbolo politico di Sykes-Picot
Molti dibattiti successivi hanno semplificato Sykes-Picot come se l’accordo avesse tracciato da solo tutte le frontiere del Medio Oriente. Questa formula è imprecisa. L’assetto del dopoguerra prese forma per tappe: il Regno Unito costruì l’Iraq, la Francia rimodellò il mandato settentrionale, i funzionari britannici separarono la Transgiordania dalla Palestina e la resistenza turca impose un nuovo accordo a Losanna. L’accordo conservò forza simbolica rappresentando il momento in cui le potenze europee trasformarono la prevista sconfitta dell’Impero ottomano in un’occasione di riorganizzazione imperiale.
L’interpretazione di James Barr sulla rivalità anglo-francese chiarisce la continuità della competizione durante e dopo la guerra. Gli alleati lottarono per accesso e prestigio. Il sistema dei mandati adattò quindi l’imperialismo al linguaggio del dopoguerra, quando l’annessione aperta appariva meno legittima e l’autodeterminazione guadagnava forza politica.
L’uso politico successivo dell’espressione richiede cautela. Quando nazionalisti arabi, autori anticoloniali e, molto più tardi, propagandisti jihadisti invocarono «Sykes-Picot», di solito intendevano qualcosa di più ampio del documento del 1916. Il nome condensava una storia in cui le promesse di guerra lasciarono spazio ai mandati e a confini stabilizzati senza ampio consenso locale. Questa abbreviazione coglie promesse infrante; diventa fuorviante quando fa sparire la politica successiva dietro un solo accordo segreto.
La cronologia aiuta a capirne il peso. L’accordo fu firmato prima della sconfitta ottomana, rivelato durante la guerra e poi in parte superato dagli assetti mandatari. Offre quindi una finestra sul pensiero imperiale di guerra e sul modo in cui quel pensiero entrò negli assetti successivi.
L’accordo divenne un emblema di ingerenza coloniale condensando diverse contraddizioni. I governi europei affermavano di liberare popoli dal dominio ottomano e negoziavano zone di influenza senza partecipazione locale. La Società delle Nazioni parlava di sviluppo e tutela affidando quella tutela a potenze con interessi strategici propri. I leader arabi attendevano l’indipendenza, e amministratori britannici e francesi creavano Stati, monarchie, frontiere e regimi di sicurezza adatti alle loro priorità. Per questo la memoria di Sykes-Picot resta potente: indica un’esperienza storica di promesse infrante, sovranità limitata e confini decisi sotto pressione imperiale.