Historia Mundum

Nelson Mandela: processo di Rivonia, Robben Island e fine dell’apartheid

Fotografia della cella di Nelson Mandela a Robben Island, con una stuoia sottile, un piccolo tavolo, un secchio, finestre con sbarre e pareti nude.

La cella di Nelson Mandela a Robben Island, dove la prigionia divenne parte del simbolismo globale della lotta contro l’apartheid. Immagine di Paul Mannix, con licenza CC BY-SA 2.0.

La vita pubblica di Nelson Mandela attraversò le grandi svolte del regime razzista sudafricano e lo rese il volto più noto della lotta contro l’apartheid. Entrò in politica quando il potere della minoranza bianca si irrigidiva dopo il 1948. Dopo il massacro di Sharpeville, parte della resistenza nera passò alla clandestinità, e il processo di Rivonia lo portò in carcere. Robben Island, i negoziati con F. W. de Klerk e le elezioni del 1994 fecero della sua vita una chiave per capire la transizione. Questa vicenda ha senso solo se resta dentro un movimento più ampio. Mandela non pose fine all’apartheid da solo. Il Congresso nazionale africano diede organizzazione nazionale alla lotta. Sindacati, chiese e quartieri agirono dentro il paese. Esuli, campagne internazionali ed elettori contribuirono inoltre a rendere il sistema impossibile da governare.

L’apartheid fu un ordine legale e politico costruito per mantenere la minoranza bianca al potere. Controllava terra e lavoro, trasformando residenza, movimento e voto in privilegi razziali. Il Partito nazionale, arrivato al potere nel 1948, trasformò discriminazioni precedenti in un progetto statale più sistematico. Le leggi classificavano le persone per razza, separavano i quartieri e limitavano la vita intima tra gruppi. Cercavano anche di dividere la popolazione nera in «homelands» presentati come unità politiche etniche. L’apartheid trasformava la gerarchia razziale in amministrazione quotidiana: documenti e polizia potevano decidere dove una persona aveva il diritto di vivere.

Sintesi

  • Dopo il 1948, l’apartheid organizzò il dominio bianco attraverso classificazione razziale, separazione degli spazi, esclusione politica e controllo di polizia sul lavoro e sugli spostamenti.
  • L’ANC usò inizialmente petizioni, disobbedienza civile e protesta di massa; il massacro di Sharpeville e il divieto imposto al movimento nel 1960 spinsero una parte della resistenza verso clandestinità e sabotaggio con Umkhonto we Sizwe.
  • Rivonia fu decisivo: lo Stato cercò di distruggere la direzione clandestina, e Mandela con gli altri imputati negò la legittimità morale di leggi prodotte senza il consenso della maggioranza.
  • Robben Island trasformò Mandela e altri detenuti in simboli. La lotta proseguì fuori dal carcere attraverso sindacati, quartieri, studenti, chiese e ANC in esilio.
  • Sanzioni, boicottaggi sportivi e culturali, pressione dell’ONU, rivolte interne e crisi economica ridussero negli anni Ottanta le opzioni del Partito nazionale.
  • Le elezioni del 1994 e la Commissione per la verità e la riconciliazione crearono un ordine costituzionale democratico, con disuguaglianza economica, espropriazione della terra e richieste di giustizia penale ancora aperte.

L’apartheid come sistema giuridico

Le radici dell’apartheid stanno nella conquista coloniale, nel potere dei coloni e nell’economia mineraria. Dopo la guerra sudafricana, il Regno Unito creò nel 1910 l’Unione Sudafricana da quattro ex colonie. Questa unione diede ai politici bianchi il controllo di uno Stato in cui la maggioranza nera aveva scarso potere politico nazionale. Il Native Land Act del 1913 riservò ai bianchi la maggior parte della terra, e i successivi controlli sul lavoro protessero quel vantaggio. Dopo il 1948, l’apartheid diede a questi schemi un’ideologia di «sviluppo separato» e un corpo legislativo più fitto.

Il Population Registration Act classificava ogni persona in categorie razziali. Il Group Areas Act assegnava lo spazio urbano secondo la razza e permise rimozioni forzate da luoghi come Sophiatown e District Six. Le leggi sui pass obbligavano molti sudafricani neri a portare documenti che autorizzavano la loro presenza in zone controllate dallo Stato bianco. L’educazione bantu orientava la scuola verso un ruolo lavorativo subordinato. La politica degli homelands cercava di rendere i sudafricani neri stranieri politici nel paese in cui vivevano, lavoravano e pagavano tasse. L’interpretazione dello storico Saul Dubow è utile nel mostrare l’apartheid come qualcosa di più ampio del pregiudizio scritto nella legge. Funzionari e scuole, sostenuti dagli archivi di polizia e da saperi tecnici, conservarono il dominio bianco con l’aspetto di un’amministrazione pianificata.

La violenza dell’apartheid era ordinaria oltre che spettacolare. Sparatorie della polizia e tortura attiravano l’attenzione mondiale. Documenti, sfratti e umiliazione quotidiana facevano agire lo stesso sistema nella vita comune. Un lavoratore senza il pass corretto poteva essere arrestato. Una famiglia rimossa da una zona «bianca» perdeva comunità e accesso al lavoro. Lo Stato separava le persone e faceva della razza una condizione per abitare, muoversi, studiare, lavorare ed essere cittadini.

Resistenza dell’ANC e Umkhonto we Sizwe

Il Congresso nazionale africano fu fondato nel 1912, con il nome di South African Native National Congress, per contestare l’esclusione dei sudafricani neri dal nuovo ordine politico dell’Unione. Per decenni usò petizioni, delegazioni e argomenti giuridici. Negli anni Quaranta e Cinquanta, Mandela, Walter Sisulu e Oliver Tambo appartennero a una generazione che spinse per una politica di massa. La Lega giovanile dell’ANC orientò l’organizzazione verso boicottaggi e disobbedienza civile. La Defiance Campaign del 1952 portò migliaia di volontari a violare deliberatamente le leggi dell’apartheid. La Freedom Charter del 1955 dichiarò poi che il Sudafrica apparteneva a tutti coloro che vi vivevano.

Lo Stato trattò questa sfida multirazziale come una minaccia. Mandela e molti altri attivisti furono sottoposti a divieti, arrestati o processati. Il processo per tradimento del 1956-1961 coinvolse più di 150 imputati prima di concludersi con assoluzioni. Inoltre, Mandela e Oliver Tambo dirigevano uno studio legale a Johannesburg che difendeva clienti neri davanti alla macchina giuridica dell’apartheid. Questo lavoro aveva un significato politico: lo stesso Stato che invocava la legalità usava tribunali, polizia e regolamenti amministrativi per negare alla maggioranza pari dignità davanti alla legge.

Sharpeville cambiò il dibattito strategico. Il 21 marzo 1960, la polizia sparò contro manifestanti che protestavano contro le leggi sui pass e uccise decine di persone. Il governo dichiarò lo stato d’emergenza e mise al bando l’ANC e il Congresso panafricanista. Per Mandela e altri dirigenti, l’azione legale aveva incontrato un limite: il regime chiudeva lo spazio politico pubblico e rispondeva alla protesta con le armi. Nel 1961, Mandela contribuì a fondare Umkhonto we Sizwe, o MK, braccio armato legato all’ANC. Le prime operazioni di sabotaggio colpivano soprattutto infrastrutture e installazioni ufficiali, non civili. MK agì accanto alla politica di massa come risposta a uno Stato che aveva reso illegale l’opposizione nazionale pacifica.

Rivonia e il tribunale come scena politica

Il processo di Rivonia cominciò dopo il raid della polizia a Liliesleaf Farm nel luglio 1963. La fattoria, nel sobborgo johannesburghese di Rivonia, era stata un luogo di incontro per attivisti clandestini legati a MK e al Partito comunista sudafricano. La polizia trovò documenti, arrestò vari dirigenti e collegò Mandela, già detenuto per altri reati, alla rete clandestina. Lo Stato accusò gli imputati di sabotaggio e cospirazione. L’accusa voleva presentare il movimento di liberazione come criminale e comunista. Gli imputati cercarono di mostrare che la legge aveva perso legittimità senza partecipazione della maggioranza alla sua formazione.

La dichiarazione di Mandela dal banco degli imputati, il 20 aprile 1964, diede al processo la sua forza durevole. Egli difese il sabotaggio come risposta riluttante alla violenza dello Stato, spiegò la richiesta di un Sudafrica democratico e senza gerarchie razziali e accettò il rischio personale invece di chiedere clemenza. Il tribunale condannò Mandela, Walter Sisulu, Govan Mbeki, Raymond Mhlaba, Ahmed Kathrada, Elias Motsoaledi, Andrew Mlangeni e Denis Goldberg. Il 12 giugno 1964, il giudice impose l’ergastolo invece della pena di morte.

Rivonia indebolì la lotta dentro il paese rimuovendo dirigenti esperti ed esponendo reti clandestine. Allo stesso tempo, il processo diede alla causa antiapartheid un linguaggio internazionale. Gli imputati si presentarono come attori politici di fronte a un ordine ingiusto. South African History Online descrive l’aula del tribunale come un luogo di lotta; questa formula coglie il doppio effetto del processo: lo Stato usava il diritto per punire la resistenza, e gli imputati usavano il procedimento per portare l’apartheid davanti al giudizio del mondo.

Robben Island e la costruzione di un simbolo

Dopo la sentenza, Mandela e la maggior parte dei detenuti di Rivonia furono inviati a Robben Island, l’isola-prigione davanti a Città del Capo. Mandela vi passò diciotto dei suoi ventisette anni di carcere, dal 1964 al 1982. Le condizioni erano dure. I prigionieri neri ricevevano abiti e cibo peggiori rispetto ad alcune altre categorie. Posta e visite erano limitate. I detenuti svolgevano lavori pesanti nella cava di calce. Robben Island doveva isolare i dirigenti dai sostenitori e far apparire inutile la resistenza.

La generazione di Rivonia trovò modi di agire dentro il carcere. I prigionieri organizzarono studio e discussero di politica. Formarono inoltre detenuti più giovani e contestarono le regole carcerarie; per questo molti ex prigionieri ricordarono Robben Island come una scuola politica. Questa memoria non deve idealizzare la detenzione. Isolamento, censura, malattia, separazione familiare e privazione della vita ordinaria erano strumenti reali di punizione. La forza simbolica di Mandela crebbe grazie alla sua resistenza a quelle condizioni. La sua detenzione mostra anche il prezzo pagato da molte persone meno famose.

L’immagine di Mandela dipendeva da reti esterne al carcere. Oliver Tambo guidava l’ANC in esilio. Sindacati, organizzazioni comunitarie, chiese, studenti e United Democratic Front mobilitavano nel paese. Le campagne internazionali chiedevano sanzioni e boicottaggi. Lo slogan per liberare Mandela condensava una rivendicazione più ampia: uno Stato che imprigionava il dirigente nero più riconosciuto del paese non poteva presentarsi come una democrazia normale. Mandela divenne simbolo grazie a un lavoro collettivo, e quel simbolo diede poi al lavoro collettivo un volto pubblico riconoscibile.

Pressione internazionale e crisi interna

La pressione internazionale crebbe gradualmente. Dopo Sharpeville, il Consiglio di sicurezza dell’ONU condannò la politica sudafricana. Nel 1963, la Risoluzione 181 chiese un embargo volontario sulle armi. Nel 1977, la Risoluzione 418 rese tale embargo obbligatorio per i membri dell’ONU. Organizzazioni sportive, istituzioni culturali, università, chiese, sindacati e governi locali parteciparono alle campagne di isolamento. Negli anni Ottanta, disinvestimento e sanzioni finanziarie resero più difficile ottenere credito e indebolirono l’immagine di stabilità che il regime voleva preservare.

Questa pressione esterna agiva su una crisi interna profonda. La rivolta di Soweto del 1976 mostrò la rabbia di una generazione contro l’educazione bantu e il potere di polizia. Negli anni Ottanta, rivolte nei townships, stati d’emergenza, mobilitazione operaia e repressione rendevano costoso governare. I dirigenti economici temevano un’instabilità permanente. Il regime affrontava anche pressioni regionali legate alle guerre nell’Africa australe, all’indipendenza dei paesi vicini e al mutamento del quadro della Guerra fredda.

F. W. de Klerk aprì i negoziati davanti a un sistema ormai troppo pericoloso da conservare. Il governo di P. W. Botha aveva tentato riforme limitate che continuavano a escludere i neri dal potere nazionale, e quelle riforme fallirono nel restituire legittimità al regime. De Klerk, presidente dal 1989, legalizzò l’ANC e altre organizzazioni nel febbraio 1990 e ordinò la liberazione di Mandela. Il negoziato divenne possibile quando il Partito nazionale accettò che la repressione aveva perso la capacità di garantire il dominio bianco a un costo sostenibile, e l’ANC accettò un accordo negoziato come via verso il governo della maggioranza senza guerra civile.

Dal prigioniero al presidente

Mandela uscì dal carcere di Victor Verster l’11 febbraio 1990. La sua liberazione aprì una transizione pericolosa, con la fine formale dell’apartheid ancora davanti al paese. L’ANC e il governo negoziavano in mezzo alla violenza nei townships e negli alloggi dei lavoratori, spesso tra sostenitori dell’ANC e dell’Inkatha, talvolta con il coinvolgimento di reti legate alle forze di sicurezza. I colloqui della CODESA e poi del Forum negoziale multipartitico dovettero risolvere questioni fondamentali: chi avrebbe votato, come sarebbe stata scritta la costituzione, quali garanzie avrebbero avuto le minoranze e come sarebbero state trattate le forze di sicurezza.

Mandela e de Klerk condivisero il Premio Nobel per la pace nel 1993 per il loro ruolo nella fine dell’apartheid e nella costruzione di basi democratiche. Il premio riconosceva un risultato reale, e la transizione restò violenta, incerta e collettiva. Negoziatori come Cyril Ramaphosa e Roelf Meyer, leader comunitari, sindacalisti, esuli, mediatori religiosi e molti cittadini contribuirono a sostenere il processo. L’assassinio di Chris Hani nell’aprile 1993 mostrò quanto rapidamente l’accordo potesse crollare. L’appello pubblico di Mandela alla calma ebbe peso davanti a una base mobilitata che riconosceva i suoi sacrifici e il suo giudizio politico.

Il Sudafrica tenne le sue prime elezioni con suffragio universale adulto dal 26 al 29 aprile 1994. L’ANC ottenne una larga maggioranza e Mandela assunse la presidenza il 10 maggio. Il Governo di unità nazionale incluse l’ANC, il Partito nazionale e l’Inkatha Freedom Party. Questo assetto riduceva il timore che una parte usasse la vittoria per distruggere l’altra. Le elezioni del 1994 trasformarono la maggioranza, prima amministrata secondo categorie razziali, in cittadinanza dotata di potere politico nazionale.

Riconciliazione, TRC e cambiamenti incompiuti

La presidenza di Mandela usò la riconciliazione come strategia politica. Rassicurò i bianchi che temevano vendetta, riconobbe la sofferenza delle vittime e cercò di mantenere unito lo Stato mentre venivano costruite nuove istituzioni. La Costituzione del 1996 consacrò uguaglianza, dignità, non razzialismo, diritti fondamentali e controllo giudiziario. Questi principi rispondevano direttamente alla pretesa dell’apartheid secondo cui la razza poteva determinare lo status politico.

La Commissione per la verità e la riconciliazione, creata dalla legge del 1995 sulla promozione dell’unità nazionale e della riconciliazione, divenne l’istituzione più nota della transizione. Presieduta dall’arcivescovo Desmond Tutu, indagò sulle gravi violazioni dei diritti umani commesse tra il 1960 e il 1994. Vittime e familiari poterono parlare pubblicamente. Gli autori di crimini politici potevano chiedere amnistia se rivelavano integralmente i propri atti. La commissione lavorò su violazioni, amnistia, riparazione e riabilitazione.

La TRC permise di ascoltare prove che l’apartheid aveva spesso cercato di nascondere: torture, omicidi, sparizioni, attentati e abusi commessi dallo Stato e da altri attori. Ebbe anche limiti. Molte vittime volevano processi penali, riparazioni più ampie o maggiore attenzione alla terra e alla disuguaglianza economica. L’amnistia poteva produrre verità senza punizione. Il mandato riguardava le gravi violazioni dei diritti umani, non l’intera architettura di espropriazione, istruzione inferiore e ricchezza ereditata. La transizione democratica cambiò i diritti politici più rapidamente di quanto cambiò la distribuzione sociale ed economica costruita dall’apartheid.

Il posto di Mandela nella storia sta in questa tensione. Egli contribuì a trasformare una lotta di liberazione in democrazia costituzionale e fece della riconciliazione uno strumento concreto per evitare la guerra civile. Eppure l’apartheid finì per l’incontro tra resistenza organizzata, pressione internazionale, crisi economica e negoziato. Robben Island fece di Mandela un simbolo mondiale; la fine dell’apartheid fu il risultato di una lotta collettiva che continuò dopo l’arrivo di quel simbolo alla presidenza.

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